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Grande Torino

La differenza con le altre

“Avevo 11 anni il 4 maggio 1949 : mio padre era su quell’aereo. Andai a prenderlo, come facevo quasi sempre quando rientrava da una trasferta, per tornare a casa con lui. Non c’era. “E’ morto”, mi disse un usciere. Davanti alla Gazzetta del Popolo, in corso Valdocco 2, c’erano centinaia di persone immobili, mute. Mi riaccompagnò, stavamo a due passi, il barbiere che aveva il negozio là davanti. Era amico di papà e dei giocatori granata : andavano quasi tutti da lui, compreso Gabetto così imbrillantinato da non sciupare la sua pettinatura nemmeno quando segnava di testa.

Mia madre era sul davanzale. Quando ci vide, capì e lanciò un urlo terribile: non l’ho mai dimenticato. Stette male. Rimasi tre giorni nel collegio dove studiavo. Uscii soltanto per i funerali.

Era una giornata splendida. Una lunga processione di automezzi portava le bare sepolte da cento e cento corone: ero molto orgoglioso che su quello di mio padre ve ne fossero d’immense. La città era tutta per strada: nessuno era voluto restare in casa mentre passava il Torino. Fabbriche, uffici, negozi serrati. Gente e bandiere di tutta Italia . La città era muta e spenta e respirava dolore. Non vedrò più una folla così immensa e quieta, non vedrò più una città soffrire come soffrì quel giorno Torino. Ho i giornali di quei giorni : il dolore è chiuso in un cumulo di fogli ingialliti, la macchina da scrivere spezzata di mio padre, i piccoli regali che ci aveva portato dal Portogallo, una cartolina che ci spedì da Lisbona poco prima di partire con le firme di tutti i granata.”

Giorgio Tosatti