✍️L’Unione europea, così com’è oggi, ha un peso diplomatico troppo debole rispetto alle grandi tensioni internazionali. Mi sembra una presenza troppo economica e poco politica, e credo sia arrivato il momento di capire seriamente cosa voglia diventare: restare un coordinamento tra Stati o trasformarsi in un soggetto davvero capace di incidere negli equilibri globali.
Allo stesso tempo, guardando a ciò che sta accadendo tra Stati Uniti, Israele e Iran, mi rendo conto di non avere le competenze per valutare quanto sia reale e immediato il pericolo rappresentato dall’Iran, sono però convinto che la via diplomatica debba essere sempre perseguita fino in fondo: la storia dimostra che, per quanto fragile, è l’unica alternativa credibile a escalation imprevedibili.
Non voglio neppure immaginare un allargamento regionale del conflitto, tensioni economiche globali legate all’energia, un irrigidimento delle posizioni più radicali. Sono scenari che mi inquietano. Ho quasi paura a formulare queste riflessioni, perché l’incertezza genera un senso di mancanza di controllo.
Mi auguro anche che negli Stati Uniti esistano — e vengano esercitati — quei contrappesi democratici capaci di limitare le scelte (per me avventate) dell’attuale numero uno.
La mia non è una posizione ideologica: è il timore che senza una diplomazia forte, e senza un’Europa più consapevole del proprio ruolo, si rischi di lasciare il futuro nelle mani dell’escalation anziché del dialogo.